Poesia e Dialetto: Intervista al poeta Stefano Torre

Aggiornamento: 6 mag

Abbiamo intervistato per voi il poeta Stefano Torre, che tra i vari componimenti conta anche alcune poesie in lingua piacentina. Candidato anche a sindaco di Piacenza, aderisce al Realismo Terminale, un movimento poetico letterario ed artistico che si ispira all’omonimo manifesto pubblicato da Guido Oldani nel 2010. Oggi il Realismo Terminale, che ha già festeggiato il decennale e gode di un notevole livello di notorietà internazionale, rappresenta l’ultimo capitolo delle antologie di letteratura contemporanea nelle scuole.



Lei scrive sia in italiano sia nel suo dialetto: il dialetto cosa offre ai componimenti poetici?


Il dialetto, che poi è una lingua, vilipesa per la sola ragione di essere chiamata dialetto, come per assegnarle un rango inferiore, si sta corrompendo, sta andando a male, ma offre tanto ancora alla poesia, perché è la lingua in cui parla la radice ben piantata nella terra. Se la si vuol guardare da un punto di vista Realista Terminale potremmo usare la metafora del palazzo e delle sue fondamenta, di calcestruzzo, ben affondate nel terreno, e allora il Piacentino diventa la mia lingua di calcestruzzo.



Quale è, secondo lei, il rapporto tra dialetto e le idee del Realismo Terminale?


Il realismo terminale non è una idea, è forma, e con la forma si crea la sostanza. L’oggetto, per il Realismo Terminale è al centro della narrazione, è l’elemento cardine delle metafore, il metro di misura della natura. Le similitudini diventano così rovesciate perché non sono gli oggetti ad assomigliare alla natura ma viceversa: le nubi sono simili ad un mantello, la grandine è ghiaia gelata, il suono delle campane è come una forbice che taglia il mantello, eccetera.

Ora siccome il piacentino è soprattutto una lingua che descrive una realtà piena, strapiena, di oggetti, allora diventa utilizzabile per il realismo terminale. La difficoltà però è che la gran parte dei termini servono a descrivere un mondo che non esiste più, mentre per le cose nuove, quelle che non hanno nemmeno la parola in italiano che le identifica, diventa obbligatorio riempire il dialetto di neologismi.

Questo rende la maggior parte dei miei testi intraducibili in dialetto.

In somma, il dialetto è sì lingua di calcestruzzo rappresentativa della radice culturale dalla quale vengo, ma non consente di entrare nella profondità della disperazione dell’uomo contemporaneo e di descriverla compiutamente.

Vero è che i testi in dialetto hanno comunque un grande vigore descrittivo e vale sempre la pena impegnarsi a scriverli.


Vista la sua candidatura a sindaco, a livello amministrativo qual è l’impressione che ha ricevuto sulle lingue locali e sulla loro preservazione?

Direi che la sensazione più spiacevole di tutte è quella che l’italiano sia divenuta una lingua morta. Quindi il primo problema che si pone di fronte al dilagare di quella lingua orribile che è l’inglese semplificato, è preservare quel che resta della lingua di Dante.

Da qui discende la sensazione che tutte le lingue minori, apparentate strettamente con l’italiano, stiano evaporando come coca cola al sole, per lasciare sul bicchiere una patina di zucchero cristallizzato, vagamente colorato e appiccicoso.

Il problema vero è che in inglese non puoi pensare, non puoi avere un pensiero veramente profondo e l’inglese semplificato, ridotto a meno di 200 vocaboli, assomiglia moltissimo alla neolingua orwelliana di 1984.

Ma siccome è politicamente scorretto dirlo, allora le amministrazioni comunali tiran fuori due soldi per l’allestimento di una commedia in dialetto e si lavano la coscienza, ma non risolvono niente.

La verità è che perdere il dialetto è come perdere l’identità, e come Levi Strauss insegna, di disidentità si muore. Prima del dialetto occorre salvaguardare l’italiano, e qui i Comuni possono fare ben poco.

Un dato su tutti: le recenti indagini demografiche mostrano che il 35% dei cittadini piacentini non è in grado di capire un testo scritto in lingua italiana su un giornale che parla di attualità. E non c’è altro da dire.


Stefano Torre legge la sua poesia 'Seinśa cridä' in piacentino. © Stefano Maria Torre - Realismo Terminale.

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