Si parla piemontese anche dall’altra parte del mondo

Quando si parla delle lingue dell’America Latina, si pensa subito alle lingue romanze dell’Europa più occidentale, al portoghese e allo spagnolo. I più attenti potrebbero ricordare anche la presenza del francese, principalmente in area caraibica. Più difficile invece che, pensando a queste zone di mondo, qualcuno pensi alle lingue regionali d’Italia. Eppure non si tratta di qualcosa di così improbabile come potrebbe sembrare di primo acchito, ma di una realtà molto concreta che vale la pena di raccontare. È il caso, per esempio, del piemontese in Argentina.

Un po’ di storia
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento furono più di un milione e quattrocentomila i piemontesi che lasciarono le proprie case e le proprie famiglie per fuggire all’estero, nella speranza di far fortuna e trovare una vita migliore. Alcuni si spostarono in Francia, più vicina e facilmente accessibile; molti altri si diressero invece verso le Americhe, chi verso gli Stati Uniti e chi verso l’Argentina. E proprio questi ultimi hanno mantenuto, nel corso dei decenni e poi dei secoli, un’identità sorprendentemente forte, ricordando sempre la propria terra d’origine, la sua cultura e anche la sua lingua.
Ma quale contesto geografico e socioculturale trovarono gli emigrati piemontesi? E per quali ragioni questo ha favorito la preservazione della loro identità culturale?

I migranti piemontesi in Argentina si insediarono soprattutto nelle province di Córdoba, Santa Fe ed Entre Ríos. Questa zona, detta anche La Pampa e in origine poco popolata, venne in breve tempo urbanizzata dai coloni piemontesi, che giunsero a intessere una rete piuttosto fitta di piccoli centri agricoli. A favorirne l’arrivo fu anche la promulgazione della Ley Avellaneda, che regolava l’immigrazione nel Paese agevolando l’arrivo di manodopera europea con l’obiettivo di aumentare lo sviluppo agricolo della zona. L’immigrazione era poi ulteriormente incentivata dall’assegnazione di terreni a prezzi molto vantaggiosi. Per queste ragioni il loro apporto alla demografia locale fu così intenso che buona parte della popolazione residente dell’epoca era nativa piemontese e non argentina.

La lingua materna di questi migranti, com’è facile immaginare, era la lingua piemontese. A fine Ottocento infatti l’uso dell’italiano era ancora relegato a poche e precise situazioni comunicative e la sua conoscenza non era da darsi per scontata. La maggior parte degli scambi tra le persone di una data regione geografica avveniva nella lingua locale. Non stupisce quindi che, spostandosi verso questa nuova terra, i migranti abbiano portato con sé non la lingua nazionale, l’italiano, ma quella regionale, il piemontese, che in questo particolare contesto si impose come lingua di comunicazione prevalente all’interno delle comunità fondate.

È di particolare interesse notare anche che, data la scarsa pressione della lingua spagnola, in questi gruppi composti in prevalenza da migranti, il piemontese non solo non ridusse, ma addirittura ampliò le proprie funzioni, andando ben oltre il ruolo identitario ed emotivo che è possibile aspettarsi di norma in contesto migratorio. Cominciò a essere appreso anche da migranti provenienti da altri luoghi e utilizzato quindi a tutti gli effetti come lingua franca tra persone di origini diverse. Non era quindi solo usato con italiani di altre regioni, ma anche con migranti di altri Paesi europei, come Svizzera e Germania, e addirittura nella comunicazione con abitanti argentini autoctoni. A favorire questo fenomeno furono soprattutto la fortissima prevalenza numerica degli immigrati piemontesi, l’appartenenza di diversi di questi migranti a un ceto socio-economico benestante e portatore di un certo prestigio, e la quasi totale assenza di scolarizzazione, con la sua funzione di avvicinamento alla lingua nazionale. E se persino la competizione con la lingua spagnola, pur favorita dal suo uso nell’amministrazione e nei contesti di maggior rilievo formale, vedeva vincitrice la lingua piemontese, tra i nuovi arrivati trovarono decisamente poco spazio le lingue indigene dell’Argentina, come quelle delle famiglie chon o tupi.

La lingua
La lingua piemontese d’Argentina è stata studiata da vari ricercatori nel corso dei decenni, registrando e analizzando la parlata di numerosi intervistati in una certa quantità di contesti. Per questa ragione e per via, come si vedrà, di una sua variabilità interna, non è possibile compilare una descrizione univoca e rigorosa di questa lingua. Quello che invece risulta dalle ricerche condotte è la ricorrenza di alcuni fenomeni, che definiscono dei tratti generali comuni a un numero significativo di varianti.

Secondo alcuni studiosi, la varietà linguistica affermatasi in Argentina corrisponderebbe in buona parte a una varietà rustica di altopiemontese, la cui origine è localizzabile nell’area compresa tra la fascia meridionale di Torino e la parte settentrionale del cuneese. L’identificazione troverebbe conferma anche nella provenienza dichiarata da molti dei parlanti intervistati nel corso degli studi. Secondo altri invece, osservando l’elevata frammentazione delle varietà linguistiche presenti in Argentina, l’origine dei migranti sarebbe più variegata e la stessa definizione di piemontese d’Argentina come varietà univoca e stabile della lingua piemontese sarebbe da mettere in discussione.

In generale, sembrano però essere principalmente tre gli elementi che caratterizzano questo
insieme di varietà linguistiche:

1. l’utilizzo di ij con la funzione di articolo determinativo
plurale sia maschile sia femminile;

2. l’utilizzo delle forme verbali fon e von, invece dei
torinesi faso e vado;

3. la presenza di forme sincopate dei pronomi personali di prima
persona plurale (niaiti/nieiti invece di noiaoti/noiaiti).

Interessante inoltre notare come questa varietà linguistica sia caratterizzata talvolta da elementi più conservativi rispetto a quelli
riscontrabili nel piemontese parlato oggigiorno in Piemonte, in quanto eredità della lingua utilizzata dai parlanti all’epoca della migrazione, sul finire del XIX secolo.

Caratteristica distintiva del piemontese d’Argentina è poi la presenza di elementi linguistici derivati dal contatto con la lingua spagnola. Negli studi analizzati in fase di redazione non vengono invece evidenziate influenze degne di nota da parte delle lingue indigene della zona.
Sul piano lessicale è possibile riconoscere, in almeno un certo numero di testimonianze, la presenza di alcuni termini di origine castigliana ormai adattati e inseriti nel vocabolario locale, come empesé (dallo spagnolo empezar, “iniziare”), mociacio (da muchacho, “ragazzo”) o ancora bolicio (da boliche, “bar, osteria”). Particolarmente rilevante da questo punto di vista è la presenza ricorrente, nelle registrazioni e testimonianze dei parlanti di queste varietà, di segnali discorsivi prelevati dalla lingua di contatto: bueno (“bueno, ël Piemont per mi l’è l Piemont”), claro (“al mari, specialment, a pioràvo, perché, claro, era na tard… na seira…”), entonces (“dòpo a l’avia da andé an pension, entonces a l’ha dime […]”), eccetera.

A livello morfologico, i verbi spagnoli risultano quasi pienamente integrati secondo le classi flessive del piemontese. Delle tre coniugazioni dello spagnolo, la prima, -ar, viene fatta corrispondere stabilmente alla coniugazione piemontese in -é (da cui anche l’esempio visto in precedenza, empesé da empezar); la seconda, in -er, coincide con la coniugazione terminante in -e atona piemontese. Non emergono invece ricorrenze stabili tra la terza coniugazione spagnola, -ir, e le coniugazioni piemontesi.

La declinazione in base al numero dei sostantivi femminili castigliani integrati in piemontese sembra trovare una corrispondenza diretta tra le forme -a/-as dello spagnolo e le forme standard del piemontese -[a]/-[e], così come ci si aspetterebbe per termini autoctoni. Nel caso invece dei sostantivi maschili è presente una maggiore variabilità. Se in alcuni casi alle forme spagnole -o/-os vengono fatte corrispondere le forme -[o]/-[o] tipiche dei sostantivi piemontesi, in altri, benché più rari, si ricorre anche alla coppia di forme -[u]/-[u] o addirittura a una forma ibrida -[o]/-[u].

È possibile riconoscere anche alcuni interessanti calchi strutturali. Il verbo “avere” viene utilizzato come unico ausiliare a scapito del verbo “essere”, così come succede normalmente in spagnolo. L’articolo può essere pronominalizzato, come nell’enunciato mia
cà e la ‘d mè fratel, dove l’articolo femminile la assume valore pronominale, così come accadrebbe nella lingua di contatto. E ancora: si riconosce in alcuni casi la presenza di accusativi preposizionali, come nell’esempio i vëddo a mia mare, con aggiunta quindi della preposizione a prima del complemento oggetto.

A questo punto è bene però ricordare ancora una volta che nel piemontese d’Argentina non è possibile riconoscere un processo di koinizzazione primaria, ossia di unificazione delle varietà linguistiche piemontesi parlate in quest’area. Per questa ragione ognuno dei fenomeni e delle caratteristiche descritte, sebbene effettivamente riscontrate nel materiale raccolto, non compare in modo regolare nelle enunciazioni di tutti gli intervistati e non caratterizza necessariamente tutte le parlate.

Ma come si è conservata la lingua piemontese in Argentina?
Durante la prima generazione, in un periodo che va all’incirca dalla fine del XIX secolo alla Prima guerra mondiale, il piemontese è rimasto la principale lingua di comunicazione per moltissimi dei migranti. Già la seconda generazione sembra però riallinearsi al normale processo di erosione della lingua ereditaria: nel loro uso, infatti, il piemontese sembra aver avuto una funzione soprattutto estetica, ideologica e identitaria, mentre per la maggior parte delle comunicazioni orali i parlanti tendevano già a preferire lo spagnolo, anche in conseguenza della crescente scolarizzazione. Alla luce di ciò, in molti casi non era già più
possibile identificare i migranti della seconda generazione con dei parlanti nativi. Le varietà da loro utilizzate si mostrano maggiormente influenzate dallo spagnolo e presentano tratti ibridi, frutto di influssi reciproci tra le diverse varietà di piemontese portate nel Paese dai migranti della prima generazione.

La terza generazione si colloca all’incirca negli anni Sessanta. Alcune fonti riportano in questo periodo gli esiti di una certa stigmatizzazione della lingua piemontese; altre di una sua ultima fase di espansione. Certo è che in quegli anni si assistette a un forte aumento di interesse nei confronti della lingua piemontese da entrambi i lati dell’oceano.
In Piemonte si tentò di dare una forma definita all’ortografia e alla grammatica, e di innalzare la lingua piemontese, nella sua koiné torinese, a lingua letteraria. Quasi in contemporanea in Argentina pare si osservasse in alcuni ambiti un’ultima espansione delle sue funzioni, con lo sviluppo da un lato di una dimensione scritta non per forza legata a intenti di salvaguardia, e dall’altro a una nuova letteratura in lingua regionale. Nacquero così in Argentina sia raccolte poetiche, sia grammatiche e dizionari per la coppia linguistica castigliano-piemontese.

A quest’altezza storica, non era più scontato che il piemontese fosse appreso per trasmissione orale diretta da parte dei genitori o dei nonni. In un certo numero di interviste, per esempio, i parlanti fanno riferimento esplicito ai testi di Brero, spiegando di averli
utilizzati per imparare il piemontese; testi che si concentrano sulla parlata di Torino. A causa quindi dei contatti tra locutori piemontesi e argentini, e del prestigio riconosciuto anche in Argentina alla koiné torinese, si assistette a partire da questo periodo a un crescente desiderio di standardizzazione e a un processo di italianizzazione del piemontese argentino.
La koiné torinese subiva infatti una maggiore pressione da parte dell’italiano e, venendo riconosciuta anche all’estero come variante di prestigio, cominciò a trasmettere questi tratti anche a quei parlanti dai quali, non conoscendo l’italiano, difficilmente ci si sarebbe aspettati questo tipo di interferenza.

In conclusione
Ad oggi i piemontesi d’Argentina rappresentano una delle comunità d’origine italiana tra le più ampie al di fuori del territorio nazionale. Sono riuniti in decine di associazioni culturali, come Familia Piamontesa o Centro cultural piemontés, che contano numerose sedi in giro per il Paese. All’interno di queste associazioni, il cui scopo identitario è evidente, ci si occupa anche di insegnare la lingua piemontese, che spesso non è più trasmessa in famiglia. Al contempo però la conservazione del retaggio e della cultura piemontese percorrono sempre più spesso strade alternative alla lingua, trasformandosi in interesse nei confronti delle tradizioni popolari, delle festività agricole e della cucina piemontesi. Ma proprio perché mediate e trasmesse tramite queste associazioni, è forse bene evidenziare come sia ad oggi spesso difficile parlare di una continuità culturale ininterrotta tra i primi migranti piemontesi e le generazioni più giovani.

Quello a cui si assiste assume invece i tratti di un vero e proprio revival della cultura piemontese in Argentina, che passa sì dalla lingua, ma che non si limita solamente a questa. Il piemontese parlato oggi è quindi solo in parte la lingua viva portata più di un secolo fa dai migranti piemontesi. È invece una lingua che si è modificata e arricchita nel tempo con elementi di origine spagnola, italiana e torinese, producendo un nuovo insieme di varietà che sembrano appartenere sempre meno alla
comunicazione quotidiana e sempre più a quel gruppo più o meno ristretto di persone che ancora ricerca attivamente una connessione col proprio passato e le proprie radici.

1 L’ortografia utilizzata per trascrivere le parti di testo in piemontese è quella letteraria impiegata da Camillo Brero. Per questa ragione i grafemi <ò>, <o> ,<u> , <ë> corrispondono a /o/, /u/, /y/, /ə/.

Per approfondire:

Cerruti M., Goria E., Varietà italoromanze in contesto migratorio: il piemontese d’Argentina a
contatto con lo spagnolo, in: Maria Elena Favilla e Sabrina Machetti (a cura di, 2021), Lingue
in contatto e linguistica applicata: individui e società, Studi AItLA 13, Milano, Officina
Ventuno, pp. 125-139.
Ethnologue – Argentina – https://www.ethnologue.com/country/AR/
Giuliano V. (2020), Io parto per La Merica – Canti dell’emigrazione piemontese, in: I tascabili
di Palazzo Lascaris n.83, Consiglio Regionale del Piemonte, Torino.
Goria E. (2015), Il piemontese di Argentina. Considerazioni generali e analisi di un caso, in
Rivista Italiana di Dialettologia, Lingue Dialetti e Società 39: pp. 127-158.
Goria, E., Il piemontese in Argentina. Aspetti linguistici ed etnografici. In Atti del LV
congresso SLI (Bressanone, 8-10 settembre 2022).
Pilar – Progetto Pilar (Piedmontese Language in Argentina) – https://www.pilar.unito.it/pilar

Autore

  • Alberto Camoletto

    Cerea! Sono Alberto Camoletto e sono appassionato di lingue e montagne, letteratura e cinema. Mi occupo principalmente di giapponese e tedesco, ma nel corso degli anni mi sono avvicinato sempre di più alle questioni della tutela e della promozione delle lingue locali. Mi impegno a favorire una rivalutazione in chiave positiva di quelle lingue relegate al rango di
    dialetto e lotto per contrastare una gerarchizzazione delle lingue che favorisca solo quelle considerate "utili".

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