
Le lingue dei segni
Breve introduzione alla minorazione storica delle lingue dei segni: fra censura, messa al bando e discriminazione sociale
di Nina Simeoni
In un periodo storico in cui l’attenzione mediatica ha lo sguardo puntato verso l’inclusività e la tutela delle minoranze, sui giornali, in televisione e sui social si sente sempre più parlare della lingua, o meglio, delle lingue dei segni.
Contrariamente a quanto si crede, le lingue dei segni, sono vere e proprie lingue naturali, nate spontaneamente in risposta all’attivazione della nostra facoltà del linguaggio innata (facoltà che si basa sull’ipotesi del Language Acquisition Device proposta da Chomsky).
Mentre le lingue vocali rispondono all’attivazione sfruttando il canale uditivo e fono-articolatorio, le lingue dei segni si manifestano attraverso la modalità visivo – gestuale, veicolando i contenuti linguistici tramite segni manuali. Da qui spesso la confusione e diffidenza nel considerarle vere e proprie lingue e non sistemi di comunicazione costruiti ad hoc.
Effettivamente, i fraintendimenti sulla loro vera natura sono dati anche dal termine con cui spesso vengono definite: linguaggio. Si tratta di una scelta lessicale inappropriata poiché di per sé tale vocabolo non implica un’attivazione naturale della facoltà linguistica umana, ma allude piuttosto ad un sistema di comunicazione non linguistico, come possono essere il linguaggio informatico, quello matematico o quello animale.
Per questo, ad esempio nel caso della Lingua dei Segni Italiana, è preferibile parlare della LIS e non del LIS, che rimanda all’opposizione linguaggio – lingua.
Inutile specificare che le lingue dei segni niente hanno a che vedere con “l’alfabeto muto” che molti di noi imparavano per gioco fra i banchi di scuola.
Si tende a credere che esista un’unica lingua universale. Ancora una volta si tratta di un grosso errore: di lingue dei segni ce ne sono parecchie, di diverse in ogni nazione, e al contrario di ciò che normalmente si pensa, sono sistemi linguistici indipendenti dalle lingue vocali parlate in un dato paese. Nonostante in tutto il mondo se ne conoscano diverse centinaia, molte di queste lingue non sono ancora state riconosciute o studiate, poiché a lungo discriminate per motivi religiosi e culturali.
Esattamente come le lingue vocali, le lingue dei segni nascono, si evolvono, entrano in contatto fra di loro, generano calchi e prestiti linguistici da altre lingue, segniche e non. Dispongono ciascuna di una propria sintassi, morfologia, lessico e di un alfabeto manuale, noto come dattilologia, usato dalla quasi totalità di esse.
Si possono studiare anche in un’ottica storica, analizzandone la genealogia linguistica.
Per molto tempo emarginate, le lingue dei segni venivano considerate oggetto di scherno e spesso relegate ad ambiti strettamente domestici. Nell’antichità i sordi non venivano considerati degni di partecipare alla vita quotidiana del popolo, addirittura nelle prime polis greche e romane venivano esiliati o uccisi alla nascita, in quanto ritenuti inadatti a contribuire a una crescita sana della società. Le cose rimasero pressoché invariate durante il periodo medievale: i sordi non venivano uccisi, ma rimanevano relegati ai margini della comunità.
Con l’avvento dell’illuminismo, diversi intellettuali si cimentarono nell’istruzione di giovani sordi d’alto lignaggio: alcuni di essi provarono addirittura a sviluppare dei nuovi segni, basandosi sui pochi che gli allievi già utilizzavano. Fra di loro spicca l’abate de l’Épée, fondatore nel 1760 della prima scuola pubblica per sordi in Europa, l’Institut National de Jeunes Sourds de Paris.
Sulla scia di de l’Épée, molti, soprattutto ecclesiastici, iniziarono ad occuparsi dell’educazione delle persone sorde, tuttavia si verificò un enorme passo indietro con il Congresso di Milano, tenutosi nel 1880. L’evento, dal titolo completo “Congresso Internazionale per il miglioramento della sorte dei Sordomuti”, pareva inizialmente dedicato alla discussione del futuro dell’educazione dei sordi d’Europa e Stati Uniti. La realtà è che i partecipanti erano quasi tutti educatori udenti e propulsori del metodo oralista, che vedevano nella parola e nella lingua vocale l’unico modo di raggiungere e comprendere la parola di Dio. Ci si trovò da capo, con le lingue dei segni messe al bando anche nelle scuole speciali, istituite appositamente per la tutela ed educazione delle persone sorde.
Fino al tardo ‘900 bambini nati sordi venivano normalmente internati in istituti speciali e costretti ad imparare una lingua vocale, non potendo attivare correttamente la propria facoltà linguistica nei periodi critici per l’apprendimento.
Questo fece sì che negli anni non si sia mai vista una vera e propria standardizzazione linguistica, se non negli ultimi 50 anni, a seguito delle prime ricerche condotte. Oltretutto, proprio a causa della censura, la maggior parte delle persone sorde segnanti, non aveva consapevolezza circa la propria lingua: era ancora comune ritenere le lingue dei segni un insieme di gesti combinati a seconda delle esigenze. Anche a causa di ciò gli studi disponibili sono relativamente recenti e di numero limitato.
In Italia si usa la Lingua dei segni Italiana. Gli studi sistematici sulla LIS iniziano solo dai tardi anni ’60, seguendo il modello della ricerca statunitense avviata da William Stokoe. Da queste ricerche emerge, a riprova della loro essenza in quanto lingue naturali, la presenza di tutti i quattro universali linguistici: la discretezza, l’arbitrarietà, l’articolazione e la competenza. Inoltre, è dimostrato come ogni segno sia scomponibile in unità fonologiche, categorizzabili in parametri. Non mancano nemmeno gli studi sulle differenziazioni sociolinguistiche, proprio come nelle lingue vocali.
Nel panorama italiano attuale, esiste La grammatica della Lingua dei Segni Italiana di Branchini e Mantovan (disponibile gratuitamente online sul sito di Edizioni Ca’ Foscari, in italiano e a breve anche in LIS).
Alcune università italiane offrono corsi dedicati tra cui Venezia, Bologna, Roma e altre sedi in espansione.
Negli Stati Uniti, un punto di riferimento internazionale è la Gallaudet University interamente dedicata all’istruzione delle persone sorde, fornendo corsi in American Sign Language supportati eventualmente dall’inglese.
Nonostante i progressi, lo stigma sociale è ancora presente sia dal punto di vista sociale sia da quello medico, dove spesso viene proposta solo una prospettiva diagnostica che vede la sordità come una disabilità da curare, spesso con apparecchi acustici e logopedia, mettendo ancora una volta in ombra la lingua dei segni, impedendo a molti bambini di attivare la propria facoltà di linguaggio in maniera naturale e spontanea.
Inoltre mancano accessibilità e servizi adeguati: basti pensare a stazioni o aeroporti dove gli aggiornamenti sui trasporti vengono annunciati pressoché via altoparlanti o affidati a app non sempre aggiornate.
Anche il modo in cui ci si riferisce alle persone sorde ha un peso: la comunità sorda evidenzia come sia preferibile utilizzare “persone sorde” e non “non udenti”, un’espressione che definisce le persone per una loro mancanza e non per la loro identità. Ancora peggio è “sordomuti”: al giorno d’oggi, la maggior parte dei sordi parla anche vocalmente!
Per secoli le comunità sorde del mondo sono state allontanate o nascoste agli occhi della società, e le loro lingue hanno subito una discriminazione intensa e duratura, che però non ha saputo abbattere l’integrità e la resilienza dei popoli sordi.
La strada verso un mondo più accessibile è ancora lunga, ma ogni passo ci porta pian piano verso un mondo dove ogni lingua, segnata o parlata, sarà valorizzata come parte essenziale del patrimonio umano.
Per approfondimenti, rimandiamo alle seguenti letture:
Caselli M.C., Maragna S., Volterra V. 2006. Linguaggio e sordità. Gesti, segni e parole nello sviluppo e nell’educazione. Bologna: Il Mulino

