
Fabrizio de André ci lasciava 27 anni fa. Qual era il suo rapporto con le lingue locali?
Fabrizio De André ci lasciava l’11 gennaio del 1999. Oltre alle sue canzoni più celebri come “La guerra di Piero”, “La canzone di Marinella” e “La canzone dell’amore perduto” si annoverano anche alcune canzoni in lingua locale, e un intero album in ligure.
Come nacque l’interesse di De André per le lingue minorizzate? Era parlante madrelingua genovese?
Il cantautore genovese non utilizzò solo l’italiano per i testi delle sue canzoni profonde ed eterene, ma anche tante lingue locali. Da dove veniva questo suo interesse per il patrimonio linguistico d’Italia?
Cresciuto in una famiglia borghese e in un contesto dialettofobo, Faber non aveva imparato il genovese in casa.
L’apprendimento del genovese era avvenuto nel suo processo di ribellione. Lo imparò nei vicoli del centro storico, e il suo accento e la sua intonazione rimasero lontani dal parlato madrelingua.
Ad esempio in “Crêuza de mä“ la lingua è poetica e costruita a tavolino: ci sono varianti geografiche e diacroniche (ganöffani e garöfani, béive e béie); ma anche arcaismi, neologismi, italianizzazioni, modi di dire desueti e metafore inedite: è
“la lingua di una Genova mai esistita che conteneva tutte le Genove del presente e del passato” (Coveri, 2014).
Il cantautore si servì del genovese per “immaginare uno spazio mediterraneo nel quale il genovese poteva essere proposto come metafora dell’incontro tra culture” (Toso, 2019)
De André era affascinato dalle altre lingue e cantò anche in gallurese in “Zirichiltaggia (Baddu tundu)” e “Monti di Mola” ; in sardo il canto popolare “Deu ti salvet Maria (Ave Maria)”. Cantò in un napoletano molto italianizzato “Don Raffaè” e in napoletano il canto popolare “La Nova Gelosia”
Cantò anche in romaní “Khorakhané (A forza di essere vento)” ; “Bella se vuoi volare” contiene un canto
popolare lombardo e cantò in piemontese il canto popolare “Maria Giuana”. In occitano insieme ai Troubaires de Comboscuro cantò “Mis amour”.
10 i suoi testi in genovese (7 dei quali nell’album “Crêuza de mä” del 1984, e il ritornello genovese di “Dolcenera”.
“L’interesse per le parlate locali, per gli idiomi minori, si iscrive alla lunga in una visione populistica del mondo, al cui centro stanno gli umiliati, i reietti, i ribelli cari a tanta letteratura e pittura del secolo scorso: nulla essendo più remoto dal sentire di De André che la minuta indagine sociologica, e l’analisi
marxiana della società.” (Giannoni, 1999)
Nello spirito dell’album “Canti Randagi” abbiamo chiesto su instagram a chi ci segue la traduzione del ritornello di “Via del Campo”
Dai diamant o nasc gnent, dàu liam i nascio er sciore – Altomonferrino
Da-i diamanti o no nasce ninte, da-o liamme nasce e scioî – Ligure cicherino
Dai diamanti un nåsce nainte, da u liåmme nåscian er sciure – Ligure d’Oltregiogo
D”e diamante nun nasce niuente, d”o cuncimie nàscene ‘e shiure – Molisano
Dai diamanti no vegn for gnent, dala grasa vegn for i fior – Trentino centro-meridionale
Da i diamanti no el nase gnente, da ‘l luame i nase i fior – Veneto
Ringrazio in particolar modo Claudio Rezzoagli, l’autore del profilo L’Anonimo Zeneise, e Jordan Black, linguista autore del profilo Lenga Longa, per i loro contributi.
Per approfondire:
L. C. Coveri, “Un dialetto fatto ad arte. Carte per un viaggio nei dialetti di Fabrizio De André” in G. Marcato, Le mille vite del dialetto, Cleup (Padova, 2014)
R. Giannoni, “Fabrizio De André e i dialetti”, in Il Segnale XVIII (54), 1999
F. Toso, “De André, il genovese” su insulaeuropea.eu, 2019
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sottoforma di post sul profilo instagram @de_vulgare il 18 febbraio 2024.

